#S4P2017

POST-VERITA'

17 NOVEMBRE 2017 UNIVERSITÀ BOCCONI MILANO

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Sergio D'Elia

Segretario “Nessuno tocchi Caino”

Nato il 5 gennaio 1952, negli anni ‘70, Sergio D’Elia partecipa al movimento, prima della sinistra extraparlamentare, poi della lotta armata. Viene arrestato a Firenze nel maggio del 1979 e condannato per concorso morale in omicidio a venticinque anni di carcere, poi dimezzati con l’applicazione della legge sulla dissociazione dal terrorismo e altri benefici di legge.
Nei primi anni ’80 anima il movimento della dissociazione politica dal terrorismo, sceglie la nonviolenza e, nel 1986, si iscrive al Partito Radicale. Nel gennaio 1987, grazie ad un permesso premio, partecipa al congresso del Partito Radicale, dove “consegna” simbolicamente al partito della nonviolenza la disciolta Prima Linea, l’organizzazione violenta di cui aveva fatto parte. Nello stesso congresso viene eletto membro della segreteria federale del Partito Radicale.
Finisce di scontare la pena nel 1991 e, nel 2000, viene riabilitato con sentenza del Tribunale di Roma, riabilitazione sostenuta da decine di lettere di vittime dei suoi reati.
Nel 1993, con la sua compagna Mariateresa Di Lascia, già deputata radicale e poi autrice del romanzo “Passaggio in ombra”, Premio Strega postumo del ’95, fonda Nessuno tocchi Caino, l’associazione radicale contro la pena di morte. Suoi reportage dai “bracci della morte”, articoli e interviste sono pubblicati dai settimanali Panorama, L’Espresso, Gente, Oggi, Liberal e da quotidiani italiani e stranieri. Sul tema più generale della pena, in particolare sulla realtà del “carcere duro” in Italia, scrive il libro-inchiesta “Tortura Democratica”.
Nell’aprile 2006 viene eletto a Montecitorio nelle liste della Rosa nel Pugno. Con Nessuno tocchi Caino e il Partito Radicale ottiene la approvazione, nel dicembre 2007, della Risoluzione per la Moratoria Universale delle esecuzioni capitali all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. E’ attualmente impegnato in progetti in Africa per spingere Governi e Parlamenti a dare attuazione alla richiesta delle Nazioni Unite di moratoria delle esecuzioni nella prospettiva dell’abolizione definitiva della pena di morte. 

SERGIO D’ELIA - RISPETTO DELLA PERSONA NEL CARCERE ITALIANO: TESTIMONIANZE

In Italia è stata abolita la pena di morte ma vige ancora la pena fi no alla morte. In Italia vige ancora il “fine pena mai” dei condannati all’“ergastolo ostativo” e il “carcere a tempo indeterminato”, cioè l’“ergastolo bianco” dei cosiddetti “internati”.
I condannati in via defi nitiva all’ergastolo sono oltre 1.500, oltre la metà dei quali hanno l’“ergastolo ostativo”, cioè sono esclusi per legge dalle misure alternative e, quindi, anche da quella liberazione condizionale teoricamente possibile agli ergastolani che hanno scontato almeno 26 anni di carcere.
I condannati all’“ergastolo bianco” - gli “internati” - sono quasi 1.400 e sono i prosciolti per infermità mentale oppure i “delinquenti abituali, professionali o per tendenza” sottoposti alle misure di sicurezza. Per la loro presunta pericolosità sociale possono restare intrappolati in strutture chiamate “colonie agricole” o “case di lavoro”, che sono però carceri a tutti gli effetti, per un periodo di otto, dieci e più anni, periodo che in teoria può essere prolungato all’infi nito dal magistrato di sorveglianza che ritenga persistere la loro pericolosità sociale.
Quando nei primi anni 90 fondammo l’Associazione radicale contro la pena di morte, ispirati dall’Antico Testamento, decidemmo di chiamarla “Nessuno tocchi Caino” e non “Nessuno uccida Caino” come era tradotto allora il famoso passo della Genesi… proprio per dare il senso della intangibilità, non solo della vita umana, ma anche della dignità della persona.
Pensavamo espressamente a quel “fi ne pena mai”, allora scritto a chiare lettere nella cartella giudiziaria degli ergastolani, una sorta di marchio di infamia, che poi è stato cancellato negli uffi ci-matricola delle carceri ma che è sempre rimasto impresso sulla pelle degli ergastolani come a dire “tu non cambierai mai”. Il marchio di infamia dell’ergastolo va abolito come è stato abolito quello della pena di morte.

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