#S4P2017

POST-VERITA'

17 NOVEMBRE 2017 UNIVERSITÀ BOCCONI MILANO

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John Donohue

Professore presso Stanford Law School, USA

John J. Donohue III è C. Wendell and Edith M. Carlsmith Professor of Law presso la Stanford University. È conosciuto per aver applicato il metodo di analisi empirica per determinare l’effetto che le leggi e le politiche pubbliche esercitano in vari settori, tra cui l’impatto della criminalità sulla pena di morte, la detenzione, le armi da fuoco, e la legalizzazione dell’aborto. Donohue ha inoltre studiato i benefici derivanti da un maggior impegno contro la discriminazione razziale nell’ambito dell’occupazione e dei finanziamenti alle scuole, nonché analizzato le problematiche legate alla legalizzazione delle sostanze illegali. La sua approfondita ricerca sul sistema della pena capitale nel Connecticut è stata menzionata in numerose occasioni durante il dibattito legislativo che ha portato all’abolizione della pena nel Connecticut nell’aprile 2012.
Prima di tornare alla Stanford Law School faculty nel 2010, il professor Donohue ha lavorato come Leighton Homer Surbeck Professor of Law presso la Yale Law School. È autore del recente libro: Employment Discrimination: Law and Theory, assieme a George Rutherglen. Al principio della sua carriera, ha insegnato diritto presso la Northwestern University e lavorato come ricercatore presso la American Bar Association. Ha inoltre lavorato al fianco di T. Emmet Clarie, Chief Justice dello U.S. District Court di Hartford, Connecticut.
Il professor Donohue è membro dell’American Academy of Arts and Sciences, ricercatore associato presso il National Bureau of Economic Research, e ha recentemente collaborato come editore specializzato nel metodo empirico dell’American Law and Economics Review, nonché come presidente dell’American Law and Economics Association e della Society for Empirical Legal Studies. Donohue, che è inoltre membro dell’American Law Institute, ha conseguito la laurea presso l’Hamilton College, il titolo di Juris Doctor presso la Harward University, e compiuto il dottorato in economia alla Yale University.

JOHN DONOHUE - DIRITTI UMANI E SISTEMI PENALI NEL MONDO

Quarant’anni fa, il caso Furman vs Georgia portò la Corte Suprema degli Stati Uniti a sospendere la pena di morte, ritenendo che questa venisse applicata in modo arbitrario e pertanto “crudele e inusuale,” quando i giudici si resero conto che alcuni imputati afro-americani subivano discriminazioni razziali. Quattro anni dopo, la Corte Suprema approvò la conformità dei nuovi e aggiornati statuti sulla pena capitale, che avrebbero dovuto rimuovere i difetti riscontrati nel caso Furman. La Corte citò inoltre alcuni studi secondo i quali le esecuzioni capitali avrebbero salvato altre vite. Oggi, quarant’anni più tardi, è stato ampiamente dimostrato che l’arbitrarietà e la discriminazione nell’applicare la pena di morte prevalgono, mentre non vi è nulla che sostenga l’effetto deterrente della pena.
Naturalmente, i difensori della pena di morte hanno ripetutamente presentato studi a sostegno di questa teoria, ma tutti hanno finito per essere insabbiati.
Di recente, il prestigioso National Research Council, affiliato alla National Academy of Sciences, ha concluso che gli studi a sostegno dell’effetto deterrente della pena di morte sui tassi di omicidio siano “errati per principio,” e che non vadano quindi tenuti in considerazione nel prendere decisioni a livello politico sulla pena capitale. Va sottolineato che il gruppo di lavoro comprendeva lo studioso conservatore James Q. Wilson, ex Ronald Reagan Professor di politica pubblica presso la Pepperdine University, il cui consenso verso la pena di morte non ha impedito di ritenere valida questa tesi.
Il giudice della Corte Suprema John Paul Stevens, commentando un importante caso di pena capitale, scrisse, “Nonostante trent’anni di ricerca empirica su questo tema, non esiste nessuna prova concreta che dimostri che la pena di morte abbia un’effi cacia deterrente sui potenziali criminali.” Il giudice Antonin Scalia replicò che la conclusione del giudice Stevens “non si basava sui dati disponibili.” Ma il rapporto del prestigioso National Research Council da ragione al giudice Stevens.
Negli ultimi cinque anni, cinque stati, tra cui più di recente il Connecticut, hanno seguito la tendenza globale abolendo la pena capitale. Il prossimo novembre, gli elettori della California saranno chiamati alle urne per stabilire se lo stato diventerà il sesto ad abolire la pena di morte. Nel farlo, l’orrore dell’uccisione di un imputato innocente verrebbe rimosso, si porrebbe fine all’arbitrarietà e ai condizionamenti razziali che coinvolgono l’intero sistema, e verrebbero risparmiati milioni di dollari di contributi senza mettere a repentaglio la sicurezza pubblica.

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