#S4P2017

POST-VERITA'

17 NOVEMBRE 2017 UNIVERSITÀ BOCCONI MILANO

X

Giuseppe Ferraro

Professore presso il Dipartimento Teorie e Metodi Scienze Umane e Sociali, Università Federico II, Napoli

Sono docente di Filosofia Morale della “Federico II” di Napoli. Insegno  filosofia fuori e dentro l’Università. È accaduto un giorno, da un momento all’altro. Mi sono posto la domanda se continuare a insegnare  filosofia come da anni o se invece cambiare, lasciarla o farla in altro modo. È una domanda che arriva per ognuno. Sfiora ogni persona, scuote professioni, rapporti e relazione. Prima ancora che si riesca a formularla, ci si accorge che era già là che aspettava. Vi s’inciampa, s’insedia nella penombra del ripensamento. Ad aprirla si legge che le domande s’impongono, non si pongono. Arrivano da sole. Sono un’esitazione di risposta. Se poi, come si sente ripetere, la filosofia si chiede del senso della vita e dell’esistere, allora è sui luoghi estremi dove la vita è offesa. È così che è cominciato. Ho portato la filosofia sui luoghi estremi, sui luoghi d’eccezione. Confini di voci. Una città arriva fin dove la voce ha parola, quando invece si smorza in un grido o resta attonita, la città finisce. Così è cominciato il mio curriculum, per titoli e senza titoli, fuori e dentro l’università, tenendo lezioni con gli studenti alla “Federico II”, alla Ludwigsuniversität, all’UERJ, tenendo conferenze al College de France, nelle aule accademiche, dove l’etica e la morale si apprendono così dove mancano. In carcere, tra i minori. Tra gli ergastolani. Con i bambini dei “quartieri a rischio”, nelle scuole d’eccezione, dove le regole sono motivo di devianza e in aziende, negli ordini delle professioni, nelle scuole di polizia penitenziaria, in Enti d’Amministrazione e di Governo. Negli ospedali. È il progetto della scuola di “filosofi a fuori le mura”: il sapere è un possesso senza proprietà, va restituito come propriamente di altri, che non l’hanno avuto o perduto.  

GIUSEPPE FERRARO - PERCHÉ PUNIRE? SCIENZA, SOCIETÀ E NUOVI VALORI DELLA PENA

Il carcere è lo specchio infranto della democrazia. Confine di voci soffocate dal silenzio paradossale di chi vive e non esiste, datato per sempre per ciò che è stato. Il grado di democrazia di un Paese si misura dallo stato delle sue carceri e delle sue scuole, quanto più le carceri saranno scuola e quanto meno le scuole saranno carceri tanto più sviluppata sarà la civiltà di una comunità sociale. Contro “il fine pena mai”, perché la pena non sia una punizione o una vendetta, ma rappresenti essa stessa un diritto, quello di ripensare se stessi e ritornare ad essere quel che non si è stato.

Condividi su