#S4P2017

POST-VERITA'

17 NOVEMBRE 2017 UNIVERSITÀ BOCCONI MILANO

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Telmo Pievani

Professore di Filosofia della Scienza, Università Milano Bicocca, Italia

È professore associato di Filosofia della Scienza presso l’Università degli studi di Milano Bicocca, dove è coordinatore del Corso di laurea in Scienze dell’Educazione. È il segretario del Consiglio Scientifico del Festival della Scienza di Genova e il Direttore scientifico del Festival delle Scienze di Roma presso l’Auditorium Parco della Musica (con V. Bo).
È autore di numerose pubblicazioni, fra le quali: Homo sapiens e altre catastrofi (Meltemi, Roma, 2002); Introduzione alla filosofia della biologia (Laterza, Roma-Bari, 2005); La teoria dell’evoluzione (Il Mulino, Bologna, 2006 e 2010); Creazione senza Dio (Einaudi, Torino, 2006, finalista Premio Galileo e Premio Fermi; edizione spagnola 2009); In difesa di Darwin (Bompiani, Milano, 2007); Nati per credere (Codice Edizioni, Torino, 2008, con V. Girotto e G. Vallortigara). Socio corrispondente dell’Istituto Veneto di Scienze, Lettere e Arti per la classe di Scienze, membro della Società Italiana di Biologia Evoluzionistica, membro del Comitato Scientifico della Fondazione Umberto Veronesi per il progresso delle scienze, componente del Direttivo dell’Istituto Italiano di Antropologia, fa parte dell’Editorial Board di riviste scientifiche Internazionali.
È direttore di Pikaia, il portale italiano dell’evoluzione, e coordinatore scientifico del Darwin Day di Milano. Insieme a Niles Eldredge, è direttore scientifico del progetto enciclopedico
“Ecosphera - Il futuro del pianeta” di UTET Grandi Opere (2010). Ha curato il volume ottavo (“Le scienze e le tecnologie”) dell’enciclopedia “La Cultura Italiana” di UTET Grandi Opere (2010), diretta da Luigi Luca Cavalli Sforza.

SCUOLA E RICERCA GRUPPO DI LAVORO 1

I miti sulla violenza innata di noi “scimmie assassine” e sull’esistenza di specifici “geni dell’aggressività” sono stati sfatati. Le tecnologie attraverso le quali oggi facciamo la guerra non sono un prolungamento della clava né obbediscono a necessità biologiche innate. Il merito della Dichiarazione di Siviglia sulla Violenza fu quello di contestare per la prima volta in modo sistematico queste speculazioni. Negli ultimi anni si è avuta tuttavia un’interessante oscillazione del pendolo teorico (e sentimentale) riguardante le nostre attitudini. Sono fioriti importanti studi sui Primati che hanno confermato la varietà delle strategie adattative improntate alla solidarietà di gruppo, alla reciprocità, all’altruismo, all’empatia. Si tratta di attitudini all’aiuto reciproco espresse anche fra non consanguinei e fra estranei, talvolta persino fra specie diverse, il che lascia supporre che la selezione naturale “egoistica” operante fra parenti abbia bisogno di spiegazioni integrative basate sui vantaggi della coesione sociale. È stato quindi scoperto che spesso aggressività e cooperazione convivono: la prima si manifesta nei conflitti fra gruppi sociali rivali; la seconda prevale invece all’interno dei gruppi per mantenere la coesione sociale. Sia l’aggressività individuale incontrollata sia la violenza, sono presenti in molte specie di Primati dotati di una vita sociale complessa. Fra queste ultime però non si registra mai la guerra istituzionalizzata in senso moderno, che è triste
prerogativa umana. Possiamo dunque reperire in noi sia le reminescenze naturali della violenza e della competizione aggressiva sia quelle della cooperazione e dell’aiuto reciproco. Giustificare per via neurofisiologica ed etologica l’esclusività delle une o delle altre è un’impresa fallimentare. A maggior ragione nella specie umana, la cui evoluzione naturale è oggi fortemente influenzata dall’evoluzione culturale e dall’insieme dei condizionamenti dovuti all’ambiente di sviluppo e all’apprendimento. Se proprio vogliamo un’etichetta, siamo una “scimmia ambivalente”. E soprattutto una “scimmia culturale”, che cerca nel Dna un alibi per non assumersi responsabilità. Nella nostra storia evolutiva non stanno scritti
né comportamenti “normali”, né leggi di natura sulla sessualità, né tantomeno norme morali. Pur essendo ancora condizionati dai nostri “precursori naturali” universali siamo liberi (e responsabili) di scegliere fra invenzioni sociali differenti. La biologia non ci condanna alla guerra e alla violenza, ma pone le nostre menti dinanzi a una gamma di scelte diverse. Come si sottolineava nella conclusione della Dichiarazione di Siviglia, “la stessa specie che ha inventato la guerra ora può inventare la pace”. Qui sta ancora oggi la sua attualità, nonostante l’eccesso di ottimismo che trapelava allora. Nella nostra ambivalenza troviamo un’apertura di possibilità: possiamo decidere di imparare a gestire l’aggressività umana in modo differente da come abbiamo fatto finora. Dunque la pace è una possibilità realistica, oltre che un’urgenza sociale e un imperativo morale per la specie umana.

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