#S4P2017

POST-VERITA'

17 NOVEMBRE 2017 UNIVERSITÀ BOCCONI MILANO

X

XAVIER BEAUVOIS

Regista di “Uomini di Dio” Vincitore del Premio “Art for Peace” 2010

Un fatto di cronaca, doloroso e straziante, ma anche una grande dimostrazione d’amore e di tolleranza. Un film sulla fede: per Dio ma anche, se non soprattutto, per gli uomini e per il mondo. “Uomini di Dio” di Xavier Beauvois, premiato col Gran premio della Giuria all’ultimo Festival di Cannes, racconta la vita dei monaci trappisti del monastero algerino di Tibhirine, rapiti e poi uccisi dai terroristi della Gia nel 1996: un fatto di cronaca che commosse il mondo e le cui dinamiche non furono mai davvero chiarite. Se ne sarebbe potuto trarre un film apertamente “politico”, per chiedere di fare finalmente luce su quel massacro, le cui responsabilità ricadrebbero secondo molti anche sulle feroci e indiscriminate repressioni dell’esercito algerino. Ma il regista ha preferito smorzare le polemiche e lasciare ai giudici il compito di chiarire le responsabilità dell’accaduto. A lui interessa soprattutto il messaggio di tolleranza e umana fraternità che quei sette monaci riuscivano a mettere in pratica ogni giorno. Ai frati del convento si rivolgevano gli abitanti dei villaggi vicini per avere cure mediche e aiuti materiali, ma a loro si potevano anche chiedere - come si vede in una delle scene più commoventi - consigli “sentimentali”. Le differenze di religione (i frati erano cattolici, i locali mussulmani) e di cultura non impedivano l’aiuto reciproco e la comprensione e questo il film lo sottolinea con forza, con passione, con fermezza.
«Noi siamo gli uccelli e voi siete i rami su cui ci appoggiamo» dice una delle donne del villaggio ai monaci, quando gli estremisti della Gia vorrebbero espellere dal Paese ogni straniero, compresi i frati francesi di Tibhirine. E non si poterebbe trovare frase migliore per spiegare l’integrazione reciproca tra due comunità che si rispettavano e si aiutavano a vicenda. Il film non nasconde l’involuzione della politica algerina negli anni Novanta del secolo scorso, le minacce e le pressioni a cui sono sottoposte le due comunità, quella religiosa e quella civile, ma cerca soprattutto di raccontare come si può reagire a questa paura, come si possa contrastare la disperazione portate dalle armi e dalla violenza. Senza fare prediche o tirate ideologiche: solo mostrando la voglia di continuare la vita di tutti i giorni, fatta di preghiere e di lavoro nei campi, di dialogo e di collaborazione. Con «gli uomini e gli dei» (come dice il titolo originale: Des Hommes et des Dieux). Di qualsiasi razza o religione siano.

Paolo Mereghetti

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