#S4P2017

POST-VERITA'

17 NOVEMBRE 2017 UNIVERSITÀ BOCCONI MILANO

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FABIO MINI

Generale Esercito Italiano, Roma

Nasce nel 1942. Laureato in Economia Aziendale, ha conseguito tre corsi di perfezionamento post-laurea di cui due in Scienze Umanistiche e uno in Negoziato Internazionale.
Completato il corso di studi presso l’Accademia Militare di Modena nel 1965, frequenta e completa il ciclo di Corsi di Stato Maggiore presso la Scuola di Guerra dove, nel 1978 si classifica primo nella sua classe. Ha comandato tutti i livelli di unità meccanizzate, dal Plotone alla Brigata. Dal 1993 al 1996 ha svolto l’incarico di Addetto Militare a Pechino, Repubblica Popolare Cinese. Nel 2000 è ai quartieri generali della NATO in Sud Europa e nel 2002 assume il comando delle operazioni di pace in Kosovo a guida NATO (KFOR).
Le sue decorazioni comprendono l’Ordine al Merito della Repubblica Italiana (OMRI), sei Medaglie per operazioni condotte nei Balcani e cinque premi internazionali. Per le sue prestazioni
al comando di KFOR, riceve il Riconoscimento al Valore statunitense e l’Ordine Militare d’Italia, il più alto riconoscimento militare.
È autore di dieci libri e di oltre quaranta saggi su temi militari e geopolitici. Il suo libro più recente “Soldati” è stato pubblicato nel 2008 da Einaudi.
Nel 2009 ha curato la prima traduzione italiana delle conferenze militari di Hitler del 1942-45. Collabora con molti quotidiani e periodici come La Repubblica, L’Espresso, Aspenia,
Eurasia, Limes. Ha fondato e dirige “Peace Generation”, una ONG che offre supporto umanitario ai fini dello sminamento e l’eliminazione di residui bellici inesplosi.
Ha insegnato presso il corso “Scienze per la Pace” dell’Università di Pisa ed è stato ospite di diverse università e scuole militari, quali il US Naval War College. Nel 2009 è entrato a far
parte del corpo docente della Faculty of US Defense Institute of International Legal Studies ed insegna in America Latina.
È sposato con Gloria; hanno un figlio e una figlia e due nipoti.

VERSO UN ESERCITO UNICO EUROPEO E MAGGIORI CAPACITÀ CIVILI?

Le ragioni per arrivare ad un esercito comune sono politiche, sociali, economiche e, paradossalmente ultime, di sicurezza. Sono ragioni imposte dalla necessità di estendere le responsabilità europee ed arrivare ad una politica estera e di sicurezza che non sia comune solo quando c’è da eludere gli impegni. Sono ragioni economiche perché l’economia è in sofferenza e perfino l’accesso al credito diventa difficile se non c’è credibilità. Sono ragioni sociali che consigliano di valutare non solo le ipotetiche minacce ma l’andamento del consenso, dei costi sociali, della demografia, della democrazia, della giustizia, delle percezioni, delle alleanze, dei sacrifici richiesti e dei risultati conseguiti. Infine, ci sono ragioni
di sicurezza: non c’è più posto per avventure nazionali o di singoli stati anche se potenti.
La minaccia alla sicurezza non è più di natura prettamente militare; non è globale perché unitaria o di blocco, ma perché dispersa; non è pericolosa perché sommabile, ma perché suscettibile di ulteriore frazionamento. Gli strumenti necessari alla sicurezza devono essere preventivi non solo nei riguardi dei conflitti, ma di ciò che genera insicurezza.
La prevenzione si fa con la conoscenza (informazioni), il controllo dei fenomeni, l’intervento politico-economico, l’assistenza civile con o senza l’intervento della sicurezza militare.
Ci sono competenze di prevenzione che possono e devono essere assolte dai singoli stati e, per questo, essi devono avere strumenti compatibili e coordinabili con gli altri.
Ma ci sono competenze e responsabilità che nessuno stato può e deve assumere da solo e che nessuno può delegare a un egemone europeo o extra-europeo.
E l’intervento armato è una di queste. L’Europa non ha sviluppato nessuna capacità di prevenzione perché essa richiede unitarietà d’intenti, efficienza e flessibilità: cose che non si ottengono con la semplice sommatoria o duplicazione di strumenti inadatti e inefficienti. Troppo logico.

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