#S4P2017

POST-VERITA'

17 NOVEMBRE 2017 UNIVERSITÀ BOCCONI MILANO

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GIORGIO GALLO

Presidente del corso di laurea in scienza della pace, Università di Pisa

Nato a Palermo il 27 luglio 1942, Giorgio Gallo è Professore di Ricerca Operativa presso l’Università di Pisa.
La sua ricerca si è concentrata prevalentemente sui modelli e i metodi di decision making, etica, scienza e analisi dei conflitti. Oggi insegna il corso di “Simulazione e Logistica”, “Decisioni in situazioni di complessità e conflitto” e “Modellistica ambientali”.
Nel 1988 Giorgio Gallo ha fondato insieme ad altri il Centro Interdipartimentale “Scienze per la Pace” dell’Università di Pisa e ne è stato il primo Direttore. Dal novembre 2001 sino all’ottobre del 2009 è stato il Preside del Corso di Laurea in Scienze per la Pace, un programma dell’Università di Pisa orientato alla cooperazione internazionale, alla mediazione e alla risoluzione dei conflitti.
Ora svolge ricerche nell’area della risoluzione dei conflitti presso il Centro “Scienze per la Pace”: la risoluzione/trasformazione di un conflitto può essere visto come un processo decisionale complesso, e vi si possono dunque applicare alcune metodologie di analisi ideate per le organizzazioni complesse.
Giorgio Gallo è attualmente impegnato nello studio delle “Dinamiche di sistema” come strumento di analisi dei comportamenti dinamici dei conflitti. In particolare, le sue ricerche riguardano il conflitto israelo-palestinese. È un membro del Comitato Scientifico del “Center for Conflict Resolution and Reconciliation” di Betlemme.

IMMAGINARE E COSTRUIRE UN MONDO DI PACE

Viviamo in un mondo dove, forse mai come ora, la pace è al centro del dibattito politico. Gli interventi umanitari, le missioni militari e le guerre sono fatte in nome della pace. Nonostante ciò, le persone che ancora oggi vivono in condizioni che difficilmente potremmo definire pacifiche, non è sono mai state così numerose.

Dobbiamo ripensare il significato di “pace”. Negli Studi per la Pace, è comune la distinzione fra “pace negativa”, intesa come l’opposto della guerra e della violenza diretta, e la “pace positiva”, una condizione sociale in cui lo sfruttamento è eliminato o
minimizzato, dove l’equità e la giustizia caratterizzano le relazioni umane, così come l’armonia fra gli essere viventi e con la natura nel suo complesso.

L’opposto della “pace positiva” è ancora una volta la violenza ma intesa in un’accezione più ampia come “qualunque azione o condizione che impedisca alle persone di godere delle libertà delle quali hanno ragione di apprezzare”(Amartya Sen). Una violenza, dunque, che assume molteplici forme. La condizione di povertà estrema nella quale vivono in molti: secondo la FAO, in un mondo dove oggi si producono più beni alimentari che mai, le persone che vivono con meno di un dollaro al giorno sono oltre un miliardo. Il divario tra ricchi e poveri , che è cresciuto in più dei tre quarti dei paesi membri dell’OECD negli ultimi vent’anni. La mancanza di accesso al cibo, a rifugi, all’assistenza sanitaria, che colpisce fra gli altri, anche moltissime persone nei paesi ricchi. E infine, gli effetti delle variazioni climatiche a livello globale che, secondo l’IPCC, inaspriranno le condizioni di vita di coloro che già vivono nei paesi poveri, acuendo i drammatici fenomeni di migrazioni di massa e la sofferenza e i conflitti che ne conseguono.

La costruzione di un mondo di pace, certamente l’obiettivo più ambizioso e più difficile che l’umanità affronta oggigiorno, implica il dover far fronte a tutti questi problemi. Richiede non solo un forte impegno, ma anche la capacità di immaginare una nuova e diversa società caratterizzata dalla convivialità e dalla condivisione, basata sulla libertà, la giustizia, la democrazia e la solidarietà.

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