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In viaggio con i migranti: intervista a Giacomo Zandonini

23 marzo 2017

Giacomo Zandonini è assistente alla produzione del documentario Wallah Je te Jure, che racconta le rotte dei migranti dall'Africa occidentale all'Italia, passando per il Niger, attraverso le storie e le testimonianze di donne e uomini in viaggio e delle loro famiglie. Giacomo è anche un reporter specializzato in questioni migratorie e politiche dell’Africa. I suoi contributi sono apparsi, fra gli altri, su La Repubblica e Internazionale.

Le migrazioni nel Mediterraneo sono entrante prepotentemente nel dibattito pubblico ma spesso l’attenzione si concentra solo sull’ultimo tratto dei percorsi migratori, il viaggio in mare dalla Libia all’Italia. In realtà, dal documentario emergono percorsi molto più lunghi e complessi. Quali sono le principali “rotte africane” e da che paesi provengono i migranti che le percorrono?

Innanzitutto va detto che noi abbiamo in mente una certa mappa delle rotte migratorie in Africa che è molto eurocentrica: mostra le possibili strade di chi, attraversando confini spesso in modo irregolare, tenta di raggiungere l’Europa. Si parla quindi di una rotta dell’Africa occidentale e di una rotta del Corno d’Africa, che convergerebbero poi verso la Libia o l’Egitto. A questo riguardo, occorre precisare due cose: innanzitutto, che queste sono rotte obbligate: sono emerse come chiusura di altre rotte, come quella dal Senegal e dalla Mauritania verso la Spagna, che sono state chiuse a seguito di accordi stipulati fra la UE e gli stati di partenza. In secondo luogo, è importante evidenziare come i flussi verso l’Europa siano in proporzione estremamente limitati se paragonati alla totalità dei flussi intra-africani.

La complessità delle migrazioni africane mette in crisi la dicotomia migrante economico/rifugiato spesso utilizzata per distinguere chi ha diritto ad entrare in Europa da chi non ce l’ha. Sulla base dell’esperienza da te maturata nell’Africa occidentale, quali sono le ragioni che spingono i migranti ad abbandonare i loro paesi di origine per raggiungere l’Europa?

Dipende molto dal punto di vista da cui guardiamo questa situazione. Si parla spesso di flussi misti: migranti economici e rifugiati che utilizzano le stesse rotte. In realtà, oltre ai flussi, sono “miste” le motivazioni stesse alla base della scelta dei singoli migranti. In Africa ci sono molti regimi dittatoriali che non garantiscono il diritto alla sicurezza delle persone, e ci sono situazioni esplosive dal punto di vista ambientale e sociale, e spesso queste motivazioni si sovrappongono. Il diritto di asilo si basa sul timore di persecuzione nel proprio paese di origine, mentre le persone che incontriamo sono spesso in viaggio da anni. In molti casi, le persone sono costrette a continuare il viaggio a causa delle condizioni che trovano lungo il loro percorso, quali siccità, conflitti e una pluralità di altre situazioni che mettono a rischio la loro sopravvivenza.

Anche la figura del trafficante è in un certo modo “decostruita” nel documentario. Spesso la visione veicolata dai media è quella dei trafficanti come membri di potenti organizzazioni criminali. In realtà, dal vostro lavoro emerge una descrizione più sfocata del trafficante e del suo ruolo, in particolare in luoghi di transito come Agadez, in Niger.

Il business dei trafficanti è complesso e politiche esclusivamente repressive rischiano di non portare a nessuna soluzione reale e, secondariamente, di causare ulteriore sofferenza alle persone coinvolte, perché portano ad utilizzare percorsi più lunghi e difficoltosi. Riguardo alle dinamiche del fenomeno, possiamo sicuramente parlare di veri e propri trafficanti, di chi cioè a livello organizzato cerca di sfruttare le richiesta di viaggiare con entrature e legami istituzionali. Allo stesso tempo, tuttavia, in luoghi di transito come Agadez esiste una manodopera che ruota attorno all’"economia della migrazione": è questo il caso dell’autista intervistato nel documentario che, quando il settore turistico in quell’area è crollato, ha sfruttato la sua conoscenza del deserto per trasportare i migranti. Più ci sposta verso la Libia. Invece, più cresce il tasso di disumanità e cresce il margine di guadagno, fino a sfociare in un sistema di carcerazione, sequestro e violenza completamente funzionale ad accumulare denaro. Qui il traffico di persone assume una dimensione che potremmo definire industriale.

L’Unione Europea ha recentemente avviato una nuova piattaforma di cooperazione con i paesi dell’Africa occidentale, i cosiddetti migration compacts, che prevedono anche una serie di misure volte a contrastare l’immigrazione irregolare proveniente da quei paesi. Al tempo stesso, l’UE si prefigge di affrontare le cause alla radice delle migrazioni attraverso un ambizioso piano di investimenti esterni, che dovrebbe creare alternative credibili per le popolazioni (in larga parte composte da giovani) di quei paesi. Ritieni che l’UE sia finalmente riuscita a gettare le basi per un approccio “globale” alle migrazioni, come da lungo tempo auspicato dai politici europei?

L’intervento dell’Unione Europea pone molti dubbi: si basa su dati e informazioni raccolte dalla UE in diversi paesi dell’Africa occidentale e del Nord Africa e si prefigge un obiettivo prioritario, evitare cioè movimenti irregolari di migranti. Personalmente, mi chiedo se questa politica non possa provocare degli effetti indesiderati. Le persone attraversano i confini più facilmente nel Sahel perché tradizionalmente in quei luoghi non sono esistiti confini come noi li conosciamo: gli stati sono stati costruiti sullo schema ereditato dal periodo coloniale, sulla base di un potere centrale che diminuisce man mano che ci si sposta verso le zone periferiche: tali confini sono quindi storicamente poco presidiati e nel Sahara, a livello naturale, non c’è niente che li definisca. Le popolazioni di quelle zone sono nomadi o seminomadi, vedi la zona del lago Chad e la zona fra Sudan e Chad. Nutro quindi molti dubbi sul fatto che l’applicazione di un’idea di confine europeo, basato sul controllo capillare e sulla rigida distinzione fra chi può e non può entrare, possa essere introdotta facilmente in quei contesti.

Nel corso del meeting del Consiglio Europeo svoltosi a Malta il 3 febbraio scorso, l’attenzione principale è stata accordata alla riduzione del flusso di migranti provenienti dalla Libia. Ritieni che questo obiettivo sia percorribile? E quali potrebbero essere le conseguenze per i migranti bloccati in Libia?

La Libia è oggi la questione centrale che l’Europa si trova ad affrontare. L’approccio della UE in quel contesto è funzionale all’obiettivo di contenimento dei flussi. Ci sono in vista elezioni importanti in numerosi paesi europei e, in quei paesi, formazioni e movimenti euroscettici cavalcano l’idea di un’“invasione”, per creare consensi e veicolare il discontento popolare. Questa rappresentazione del problema è, in parte, fatta propria anche dalle istituzioni europee. L’UE è in crisi per problemi interni e non per flussi migratori: tuttavia, questi ultimi hanno messo in luce tensioni, atteggiamenti di chiusura e contraddizioni da lungo esistenti. Le iniziative in Libia sono finalizzate a drenare l’emorragia di consensi che affligge le forze europeiste. A mio avviso, la priorità dovrebbe essere invece l’azione diplomatica in Libia: finché non sarà chiaro chi governerà la Libia e se una Libia unita esisterà e in quali tempi, il problema delle migrazioni non potrà essere risolto. Un’altra priorità dovrebbe essere la creazione di canali legali non solo per chi necessita di protezione ma anche per chi è in cerca di possibilità di lavoro e formazione migliori.

Ferruccio Pastore, Direttore del Forum Internazionale ed europeo di ricerche sull’immigrazione (FIERI), che ha preso parte all’ultima edizione della Conferenza Science for Peace, ha affermato che il fallimento dell’Europa in questi anni non è solo di natura politica ma anche scientifico, legato, cioè, alla mancanza di una comprensione chiara e approfondita delle determinanti che spingono le persone a migrare. Questa circostanza, ha sostenuto Pastore, è determinata anche dalle difficoltà di fare ricerca in Africa (per questioni materiali, mancanza finanziamenti, difficoltà di accesso al campo). Quali sono le difficoltà che hai riscontrato nel corso del tuo lavoro, non solo in termini di sicurezza personale ma anche per quanto riguarda la difficoltà nel raccogliere informazioni o nell’intervistare testimoni privilegiati?

Condivido l’opinione di Pastore. In primo luogo, molte delle politiche che la UE adotta non si basano sulle ricerche, che pure sono a disposizione e che raccontano, ad esempio, l’impatto positivo che una maggiore libertà di movimento potrebbe portare per le economie dell’Africa centrale. Ciò che prevale è l’obiettivo di ridurre i flussi ad ogni costo, e di conseguenza le evidenze empiriche passano in secondo piano. Pensiamo ancora al caso del Niger: gli investimenti messi in campo dalla UE mirano a creare opportunità di lavoro alternative all’industria della migrazione. Occorre ricordare, tuttavia, che qeusto è necessariamente un processo di lungo periodo: un fenomeno così radicato come quello del traffico di persone non si smantella da un giorno all’altro; il rischio è, inoltre, di mettere sotto pressione istituzioni statali già deboli. Infine, c’è chi sostiene, non solo all’interno del mondo accademico, che un aumento del reddito medio delle popolazioni africane aumenterebbe la propensione alla migrazione di quelle popolazioni. Questo sarebbe un paradosso della cooperazione allo sviluppo quale strumento di contenimento delle migrazioni: ammesso che riesca nei suoi obiettivi, la strategia fatta propria dalla UE potrebbe produrre un aumento della pressione migratoria e non una sua diminuzione.

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