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18 novembre 2016 Università Bocconi

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La svolta degli Stati Uniti sui rifugiati

24 marzo 2017


I recenti provvedimenti adottati dal Presidente Trump in tema di rifugiati preannunciano una svolta radicale nella politica sinora adottata dagli Stati Uniti. La Presidenza Obama aveva infatti inteso assumere un ruolo di leadership in questo ambito, organizzandon lo scorso 20 settembre il cosiddetto “Obama Summit”, un incontro dei leader mondiali con l’obiettivo di accrescere l’impegno (in primo luogo economico) della comunità internazionale nei confronti dei rifugiati e dei principali paesi che li ospitano. A partire dal 2015, gli Stati Uniti avevano anche significativamente aumentato la quota di rifugiati siriani “reinsediati” nel paese, portandoli a 10.000 nell’anno fiscale 2016, contro i 1.400 dell’anno precedente.

Il reinsediamento è una procedura di ammissione dei rifugiati messa in atto dai governi nazionali in collaborazione con l’Alto Commissariato Onu per i rifugiati, che seleziona i profili di coloro da trasferire sulla base del criterio della vulnerabilità. Gli Stati Uniti sono stati tradizionalmente il paese leader a livello mondiale per numero di rifugiati reinsediati: basti pensare che nel solo 2016 hanno accettato circa 85.000 persone, più o meno il 60% del totale a livello globale.

È quindi lecito chiedersi che impatto avranno le misure recentemente adottate dal Presidente Trump sul programma di reinsediamento degli Stati Uniti. L'ordine esecutivo emanato lo scorso 6 marzo, include due misure principali: 

  • Sospensione dell’ingresso di tutti i rifugiati per un periodo di 120 giorni al fine di rivedere le procedure di screening dei profili dei potenziali beneficiari;
  • Taglio della metà nel numero di rifugiati ammessi nel 2017 (50.000 anziché  110.000 come stabilito dall’amministrazione Obama).

Occorre sottolineare come l’ordine esecutivo del 6 marzo sostituisca un precedente ordine esecutivo emanato il 26 gennaio scorso, che era stato bloccato dalla pronuncia di un giudice federale. Il nuovo ordine elimina alcuni dei punti più controversi del primo ordine, in particolare il bando a tempo indeterminato per tutti i rifugiati siriani e la priorità accordata ai rifugiati appartenenti a minoranze religiose nel processo di selezione. Non vi è dubbio, tuttavia, che la politica iniziata dall’amministrazione Trump costituisce un segno di discontinuità netto rispetto al passato, il che pone una serie di questioni che travalicano i confini degli Stati Uniti e chiamano in causa la sostenibilità del regime per la protezione internazionale nel suo complesso.

Un potenziale disimpegno degli Stati Uniti per la protezione dei rifugiati solleva infatti forti interrogativi riguardo alla capacità della comunità internazionale di adottare un strategia globale in questo ambito, come auspicato dalla Dichiarazione di New York sui migranti e i rifugiati adottata dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite lo scorso settembre. Andando oltre, la linea adottata dagli Stati Uniti rischia di legittimare posizioni di chisura nei confronti dei rifugiati da parte di altri paesi, in particolare di quegli stati africani e medio-orientali che, è bene ricordarlo, ospitano oggi la grande maggioranza dei rifugiati a livello globale.

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