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Migrazioni e futuro dell’Europa

18 novembre 2016 Università Bocconi

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Affrontare le migrazioni forzate: una sfida per le istituzioni e per la scienza

17 luglio 2017


Riportiamo l'articolo di Roberto Cortinovis dal titolo “Affrontare le migrazioni forzate: una sfida per le istituzioni e per la scienza” pubblicato su La Repubblica online lo scorso 16 giugno. Le medesime tematiche sono state approfondite in occasione del Festival della Crescita di Sestri Levante, il 26 giugno scorso.
 

Nel 2015, all'apice della cosiddetta "crisi migratoria", oltre un milione di migranti erano giunti in Europa attraverso il Mediterraneo. In quell'anno, la maggioranza degli arrivi era costituita da siriani in fuga da un paese ormai ridotto a un cumulo di macerie. Negli anni successivi, a seguito della "chiusura" della rotta orientale, l'attenzione è tornata a concentrarsi sui flussi africani. I migranti giunti in Italia, in particolare, provengono da numerosi paesi dell'Africa sub-sahariana, in cui conflitti e instabilità interna spesso si sommano a povertà e mancanza di prospettive. 
 
A dispetto di una percezione ampiamente diffusa, è necessario tuttavia ricordare che le migrazioni forzate verso l'Europa rappresentano solo la punta dell'iceberg di un fenomeno concentrato prevalentemente nel Sud del mondo. Alcuni dati: i paesi in via di sviluppo ospitano oggi l'89% dei 21 milioni di rifugiati a livello globale; più della metà sono ospitati in soli dieci paesi -  principalmente in Africa e Medio oriente.
 
Di fronte a questi dati è necessario porsi una domanda: come può la comunità internazionale cooperare efficacemente al fine di trovare soluzioni sostenibili al problema delle migrazioni forzate? Una risposta pragmatica a questa domanda è che gli sforzi internazionali dovrebbero dirigersi innanzitutto verso quel numero relativamente limitato di paesi che ospitano la maggior parte dei rifugiati.
 
Le sfide che quei paesi si trovano ad affrontare sono enormi: in molti casi l'afflusso di rifugiati si colloca in un contesto economico e sociale già precario. Non è un caso che, salvo eccezioni, i governi di quei paesi abbiano adottato politiche finalizzate ad "isolare" i rifugiati dal resto della popolazione (attraverso la creazione di campi profughi) e a negare loro l'accesso al mercato del lavoro. Queste soluzioni "congelano" il problema anziché risolverlo: milioni di rifugiati si trovano così a vivere in un limbo, senza possibilità di integrazione né di ritornare nel proprio paese di origine. Sempre più spesso l'unica alternativa rimane quindi quella di intraprendere ulteriori spostamenti, ad esempio verso l'Europa.
 
Superare questo stallo non è facile. Occorre innanzitutto proporre una narrazione alternativa rispetto a quella prevalente, in cui i rifugiati, anziché un onere, siano considerati un potenziale fattore di sviluppo per i paesi di prima accoglienza. Affinché questa prospettiva possa tradursi in realtà, è necessario sperimentare modelli di intervento innovativi, che coniughino assistenza umanitaria, aiuti allo sviluppo e investimenti privati, e che siano fondati su solide evidenze empiriche. Alcune importanti esperienze in questa direzione sono in fase di sperimentazione in Giordania ed Etiopia: esse prevedono, ad esempio, investimenti per lo sviluppo in quei paesi in cambio dell'impegno dei governi nazionali a garantire l'ingresso dei rifugiati nel mercato del lavoro.
 
È tuttavia necessario che iniziative come quelle sopra ricordate si inscrivano all'interno di un quadro di sostanziale condivisione di responsabilità a livello internazionale. Per questa ragione, i paesi occidentali devono impegnarsi ad aprire ulteriori canali di ingresso sicuro per i rifugiati nei loro territori. Ottenere protezione non dovrebbe mai trasformarsi, come oggi accade nel Mediterraneo, in una roulette russa in cui migliaia di persone sono costrette a mettere in gioco la propria vita.  
 
 
 
 

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