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Migrazioni e futuro dell’Europa

18 novembre 2016 Università Bocconi

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Migrazioni: l’agenda dell’Unione europea funzionerà? Incognite e prospettive dell’agenda europea per gestire le migrazioni

20 marzo 2017

La strategia adottata dall’Unione Europea nel corso degli ultimi due anni per gestire la cosiddetta “crisi migratoria” è stata incentrata al raggiungimento di un obiettivo prioritario: ridurre i flussi, considerati da molte capitali europee insostenibili a livello politico e sociale.
Con quali strumenti?
L’accordo con la Turchia stipulato nel marzo 2016, che prevede, fra le altre, l’erogazione di 3 miliardi di euro al governo turco in cambio dell’ impegno a rimpatriare i migranti e i richiedenti asilo giunti sulle isole greche, garantire il controllo delle proprie coste e un’accoglienza adeguata ai quasi 3 milioni di rifugiati siriani presenti in Turchia.
Nella stessa direzione vanno anche i Migration Compacts, recentemente avviati dalla UE con cinque paesi africani ritenuti prioritari: Etiopia, Mali, Niger, Nigeria e Senegal. Una delle caratteristiche dei Migration Compacts, fortemente sponsorizzati anche dal governo italiano per ridurre i flussi provenienti dalla Libia, è il controverso utilizzo dei fondi europei destinati allo sviluppo per attuare operazioni di border manageGment e di contrasto all’immigrazione irregolare in paesi come il Niger, che sono punti di snodo delle rotte africane dirette verso la Libia.

La strategia dell’Europa per gestire le migrazioni: i punti critici

L’approccio sopra indicato ha sollevato numerose critiche, dal punto di vista operativo, legale ed etico,. È stato fatto notare, fra le altre cose, come l’accordo con la Turchia poggi su fragili fondamenta: non solo dal punto di vista giuridico (la problematica definizione della Turchia quale “paese terzo sicuro” per i rifugiati che li vengono rimpatriati), ma anche politico: una delle principali condizioni in esso in incluse, la liberalizzazione dei visti di breve periodo per i cittadini turchi, è stata di fatto “congelata” a causa del mancato ottemperamento da parte di Ankara di una serie di condizioni imposte dalla UE, in particolare la riforma della legislazione antiterrorismo, sulla quale il governo turco non sembra essere disposto a trattare.

Sul fronte africano la situazione appare, se possibile, ancora più complessa, a causa della difficoltà nel dipanare l’intreccio di fattori e di attori che tradizionalmente alimentano i flussi africani. Un articolo recentemente apparso sulla rivista African Arguments ha messo in guardia contro la possibilità che le politiche di contrasto all’immigrazione irregolare adottate dalla UE nell’ambito dei Compacts possano destabilizzare la regione del Sahel. In alcuni dei punti di snodo delle rotte africane, quali Agadez in Niger, le attività connesse alla facilitazione dei flussi migratori sono infatti fortemente radicate nell’economia locale e costituiscono una delle principali, se non l’unica, fonte di sostentamento per una larga parte della popolazione. Il medesimo contributo conclude sottolineando la necessità per la UE di offrire alternative economiche credibili all’”economia dell’immigrazione” che domina quei luoghi.

Investimenti per lo sviluppo

Anche i decisori politici in Europa appaiono sempre più consapevoli della necessità di adottare una strategia di lungo periodo e “olistica” per fornire soluzioni sostenibili alle complesse sfide poste dai flussi migratori. Sul fronte esterno, l’UE è in procinto di varare un Piano di Investimenti Esterni con un input di 3,35 miliardi di euro dal budget europeo con l’obiettivo di dare impulso agli investimenti in Africa e nei paesi del Vicinato. Gli investimenti saranno finalizzati a creare crescita economica sostenibile e posti di lavoro, in particolare in quei settori come l’energia sostenibile e il sostegno alle piccole e medie imprese.

Crisi in Europa: non solo migrazioni

Appare evidente, tuttavia, come la proiezione esterna delle politiche migratorie non possa costituire di per sé la panacea per la crisi “esistenziale” (così è stata in passato definita dal Presidente della Commissione Juncker) che attanaglia l’Unione Europea. La gestione dei migranti ha infatti mostrato crepe preoccupanti nella “costruzione Europea”: dalla messa in discussione del sistema di Schengen conseguente alla reintroduzione de controlli interni alle frontiere da parte di alcuni paesi membri, fino alle difficoltà nel dare concreta attuazione al principio di solidarietà ed equa ripartizione delle responsabilità iscritto nei Trattati europei. Sul fronte interno, l’UE è attivato una impegnata riforma della propria legislazione sull’asilo, con l’obiettivo di uniformare gli standard legislativi dei suoi stati membri e assicurare un livello, perlomeno minimo, di condivisione delle responsabilità nell’ambito del sistema di Dublino, ossia il sistema che stabilisce lo stato membro responsabile per l’esame di una domanda di asilo.

L’esito di tale processo di riforma mostrerà se i legislatori europei saranno riusciti nel difficile compito di giungere ad un compromesso in grado di conciliare gli interessi spesso divergenti degli stati europei e, al tempo stesso, consentire all’Europa di fare un passo decisivo per uscire dalla crisi.

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