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Migrazioni: l’agenda dell’Unione europea funzionerà? Incognite e prospettive dell’agenda europea per gestire le migrazioni

20 marzo 2017

  

La strategia adottata dall’Unione Europea nel 2016 per gestire la cosiddetta “crisi migratoria” è stata improntata al raggiungimento di un obiettivo prioritario: ridurre i flussi migratori, divenuti a detta di molti governi europei insostenibili a livello politico e sociale.

In questa direzione va l’accordo fra UE e Turchia stipulato nel marzo 2016, che prevede l’erogazione di 3 miliardi di euro al governo turco in cambio di una serie di impegni da parte di quest'ultimo: accettare i migranti e i richiedenti asilo arrivati sulle isole greche, garantire il controllo delle proprie coste per prevenire nuove partenze e assicurare un’accoglienza adeguata ai quasi 3 milioni di rifugiati siriani ospitati in Turchia.

La stessa finalità va attribuita anche ai cosiddetti Migration Compacts, recentemente avviati dalla UE con cinque paesi africani ritenuti prioritari: Etiopia, Mali, Niger, Nigeria e Senegal. Una delle caratteristiche dei Migration Compacts, fortemente sponsorizzati anche dal governo italiano per ridurre i flussi provenienti dalla Libia, è il controverso utilizzo dei fondi europei destinati allo sviluppo per attuare operazioni  di contrasto all’immigrazione irregolare in paesi come il Niger, che sono punti di snodo delle rotte africane dirette verso la Libia.

La strategia sopra descritta ha sollevato numerose critiche. È stato fatto notare, in particolare, come l’accordo con la Turchia poggi su fragili fondamenta dal punto di vista giuridico, a causa della problematica definizione della Turchia quale “paese terzo sicuro” per i rifugiati, sulla base della quale i rimpatri dalla Grecia vengono effettuati.  A livello politico, una delle principali condizioni incluse nell'accordo, vale a dire la liberalizzazione dei visti di breve periodo per i cittadini turchi, risulta di fatto  “congelata” a causa del mancato ottemperamento da parte di Ankara di una serie di condizioni richieste dalla UE, in particolare la riforma della legislazione antiterrorismo, sulla quale il governo turco non sembra essere per ora disposto a trattare.

Spostandoci sul fronte africano la situazione appare, se possibile, ancora più complessa, a causa della difficoltà di agire sull’intreccio di fattori (economici, politici e sociali) che alimentano i flussi africani. A questo riguardo, un articolo recentemente apparso sulla rivista African Arguments ha addirittura messo in guardia contro la possibilità che le politiche di contrasto all’immigrazione irregolare adottate dalla UE nel Sahel possano avere, quale effetto collaterale, quello di destabilizzare i paesi della regione. Ciò perchè in alcuni dei punti di snodo delle rotte africane, quali Agadez in Niger, le attività connesse alla facilitazione dei flussi migratori sono fortemente radicate nell’economia locale e costituiscono una delle principali, se non l’unica, fonte di sostentamento per una parte considerevole della popolazione. Lo stesso articolo conclude pertanto sottolineando la necessità per la UE di offrire alternative economiche credibili all’”economia dell’immigrazione” che prospera in quella regione.

Anche i decisori politici europei appaiono d'altraparte sempre più consapevoli della necessità di adottare una strategia di lungo periodo per fornire soluzioni sostenibili alle complesse sfide poste dai flussi migratori. L’UE è in procinto di varare un Piano di Investimenti Esterni del valore di 3,35 miliardi di euro con l’obiettivo di dare impulso agli investimenti in Africa e nei paesi del Vicinato. Gli investimenti saranno finalizzati a creare crescita economica sostenibile e posti di lavoro, in particolare in quei settori come l’energia sostenibile e il sostegno alle piccole e medie imprese.

Un'accresciuta collaborazione con i paesi di origine dei flussi migratori non può tuttavia costituire di per sé la panacea per la crisi “esistenziale” (così è stata definita dallo stesso Presidente della Commissione Juncker) che attanaglia l’Unione Europea. La gestione dei migranti ha infatti mostrato crepe preoccupanti nella “costruzione Europea”: dalla messa in discussione del sistema di Schengen, fino all'impossibilità di trovare un accordo per un'equa ripartizione dei richiedenti asilo fra gli stati membri.  

Nel corso del 2016 l’UE ha dato inizio ad una riforma complessiva della propria legislazione sull’asilo, con l’obiettivo di uniformare gli standard legislativi degli stati membri e assicurare un livello, perlomeno minimo, di condivisione delle responsabilità nell’ambito del sistema di Dublino, che allo stato attuale assegna un onere spropositato per la gestione delle richieste di asilo agli stati di "primo ingresso", quali sono Italia e Grecia. 

L’esito di tale tortuoso processo di riforma mostrerà se i legislatori europei saranno riusciti nel difficile compito di giungere ad un compromesso in grado di conciliare gli interessi spesso divergenti dei paesi membri e, al tempo stesso, consentire all’Europa di compiere un passo decisivo per uscire dalla crisi.

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