#S4P2017

POST-VERITA'

17 NOVEMBRE 2017 UNIVERSITÀ BOCCONI MILANO

X

Fake news, narrazioni e post-verità. Intervista a Walter Quattrociocchi

20 settembre 2017

di Roberto Cortinovis

Dott. Quattrociocchi, nel corso degli ultimi due anni è imperversato il dibattito sulle fake news e su come queste ultime influenzano l’opinione pubblica, in ambiti che vanno dalla salute ai cambiamenti climatici. La diffusione, deliberata o meno, di notizie false nel dibattito pubblico non è un fenomeno nuovo. Gli studi da lei condotti, tuttavia, hanno messo in luce come la disinformazione possa essere potenziata dalle dinamiche di interazione degli utenti sui nuovi media, in particolare sui social network.
 
A mio avviso inquadrare il problema in termini di fake news è riduttivo. Io parlerei piuttosto di narrazioni, ossia di quelle costruzioni che da sempre gli uomini usano per tentare di metter ordine nella realtà. Il problema di fondo è il rapporto dell’essere umano con la realtà che lo circonda e con la complessità. La scienza non fornisce risposte a tutte le nostre domande, la verità scientifica è transitoria e parziale: le ipotesi che oggi sono ritenute vere a seguito di un esperimento potranno essere confutate domani da nuovi esperimenti. In altri termini, la scienza non può fare a meno dei concetti di falsificabilità, incertezza, complessità.
 
Al tempo stesso, numerosi studi psicologici hanno mostrato come il nostro cervello abbia una tendenza innata a semplificare la realtà, a cercare scorciatoie, ad individuare rapporti di causa–effetto anche laddove questi non sono presenti. In altri termini, a creare delle narrazioni o dei “miti” attraverso cui attribuire significati alla nostra esperienza. Occorre tenere presente che anche la scienza può trasformarsi in mito o in religione, e ciò è altrettanto pericoloso di alcune narrazioni pseudo-scientifiche che imperversano sulla rete.
 
Oggi, nell’ambito dell’informazione, assistiamo al dispiegarsi di differenti narrazioni, rispetto alle quali le fake news rappresentano un fenomeno di importanza relativamente limitata. Quando il giornalismo ancora funzionava e aveva una sua dignità, le informazioni erano filtrate in base alla loro autorevolezza e lo storytelling condiviso tendeva all’obiettività. Con l’irruzione dei social media il tappo dell’intermediazione è definitivamente saltato. Ognuno è in grado di accedere alla fonti di informazione che meglio rispecchiano la propria visione del mondo. Frequentando esclusivamente gruppi o siti in linea con il proprio sistema di credenze si determina un meccanismo di rinforzo che è stato chiaramente evidenziato nei nostri studi: in altri termini, gli utenti tendono a rinchiudersi in tribù accomunate dalla medesima visione del mondo, interagendo solo in modo limitato con narrazioni alternative.
 
 
I risultati delle sue ricerche hanno messo in guardia dal riporre troppa fiducia nelle operazioni di debunking, ossia dalla correzione sistematica di notizie false per mezzo di dati ed evidenze fattuali. Queste operazioni non sarebbero in grado di alterare il sistema di credenze delle persone a cui si rivolgono. Perché?
 
Dal mio punto di vista, il presupposto su cui si basa il debunking è paradossale: ci troviamo di fronte una realtà tremendamente complessa. Su numerose questioni di grande importanza gli stessi scienziati che se ne occupano riconoscono i limiti della nostra conoscenza. In questo contesto, i blog di debunking pretendono di porsi come immuni ai bias cognitivi e, soprattutto, come in grado di proporre una verità scientifica non soggetta ai criteri di incertezza e falsificabilità. Questo approccio si basa su una forte semplificazione della realtà che può essere controproducente. Inoltre, come mostrato dai nostri studi, smontare le bufale può essere utile ma solo per quegli utenti che sono già potenzialmente interessati a ricevere un’informazione di tipo scientifico: chi ritiene che i vaccini provochino l’autismo non si sogna neppure di consultare un sito di debuking. Gli anti-vax hanno i loro miti, si muovono all’interno di una narrazione ben definita: sono spaventati dalla globalizzazione, dal potere delle multinazionali farmaceutiche, disorientati dal fatto che la scienza ufficiale non fornisce risposte per tutti i problemi. Messaggi volti a dimostrare la non-pericolosità dei vaccini non potranno che essere interpretati da costoro come parte di una strategia volta a ricavare profitti sulla pelle dei loro figli. 
 
A Venezia stiamo creando un osservatorio permanente con l’obiettivo di mettere a disposizione dei giornalisti e delle istituzioni una serie di piattaforme e strumenti informatici per monitorare l’opinione pubblica online, per capire quali sono le narrazioni prevalenti, la percezione su determinati temi e le relative esigenze informative. In seguito sarà possibile impostare strategie di risposta sulla base di tecniche specifiche di storytelling, ad esempio postare contenuti che siano funzionali al fabbisogno informativo di chi lo richiede.
 

Un aspetto controverso del dibattito sulle fakenews riguarda la responsabilità dei giganti del web, Facebook, Twitter, Google. Si discute in particolare di azioni correttive, alcune delle quali già in corso, per filtrare o monitorare i contenuti informativi che queste aziende veicolano. Le ritiene azioni efficaci?
 
Questo è un discorso articolato: Facebook e Google hanno sempre dichiarato di non volersi assumere la responsabilità dei contenuti che veicolano, sottolineando il loro ruolo di piattaforme neturali. C’è quindi una sorta di contraddizione in termini nel momento in cui i medesimi attori sostengono, come accaduto di recente, di voler intervenire sui contenuti delle informazioni, poiché a quel punto diventerebbero dei controllers, finendo per assumere delle responsabilità anche di ordine legale che finora hanno sempre tentato di eludere. Ho quindi l’impressione che queste iniziative abbiano più che altro la funzione di dichiarazioni “spot” con l’obiettivo di placare l’opinione pubblica e migliorare l’immagine di quelle aziende. Per quanto riguarda la questione degli effetti degli algoritmi utilizzati per veicolare le informazioni, indubbiamente questi algoritmi possono avere un impatto, ma esso non non è ancora stato chiaramente quantificato. Siamo ancora in attesa di evidenze empiriche solide che mostrino le conseguenze di questi algoritmi sulle dinamiche dell’informazione.
 
 
Un’ultima questione centrale riguarda l'impatto della disinformazione sulla qualità del dibattito pubblico e in ultima istanza sullo stato di salute della democrazia. Ciò che colpisce a questo riguardo è la crescente sfiducia verso internet espressa da numerosi osservatori: un tempo considerata come uno strumento di elevazione e di potenziamento della pratica democratica, oggi la rete e i suoi portati sono sempre più spesso associati a fenomeni di disinformazione, hate speech e propaganda. La rete ha deluso le aspettative di creare nuovi spazi di discussione democratica aprendo invece le porte ad un nuovo tribalismo?
 
La democrazia è un sistema che tende a creare un cortocircuito fra la volonta dei molti e l’ottimalità delle preferenze che vengono espresse. Non è detto che le decisioni collettive siano in grado di fornire soluzioni ottimali a un problema. Oggi l’agenda setting, ossia la selezione delle questioni da porre all’attenzione dell’opinione pubblica, non è come in passato decisa da esperti ma è sempre più prodotta dal basso, per mezzo di criteri di popolarità, ad esempio il numero di like o al tenore dei commenti espressi sui social network. In tal modo si rischia di smarrire la percezione di ciò che è veramente importante e la capacità di rispondere in modo efficace ai problemi.
 
In questo contesto, la fiducia inizialmente riposta nella rete è stata sicuramente ingenua. Internet ha delle potenzialità meravigliose e, al tempo stesso, degli effetti collaterali. È una delle conquiste più importanti dell’umanità, paragonabile a mio avviso all’invenzione della scrittura. Essa promette niente di meno che l’accesso disintermediato alla conoscenza. Al tempo stesso, come nel racconto della Torre di Babele, questo potente strumento pùò tramutarsi in una maledizione. Internet ci può consentire di fare cose meravigliose, ma è uno strumento che dobbiamo educarci a usare nel modo corretto.

Per consultare il programma di Science for Peace 2017 clicca qui 
 

Condividi su

Ultimi post

"Più fiducia nella scienza e nella democrazia per guardare con ottimismo al futuro" - Le conclusioni di Science for Peace 2017

06 dicembre 2017

Riportiamo l'articolo di Roberto Cortinovis dal titolo “Serve più fiducia nella scienza e nella democrazia per guardare con fiducia al futuro" pubblicato su Huffington Post lo scorso 30 novembre. L'articolo traccia un bilancio sintetico di Science for Peace 2017 e presenta alcune riflessioni sul controverso rapporto fra fake news, scienza e democrazia. 

Leymah Gbowee: il mio impegno per la pace e per i diritti delle donne

22 novembre 2017

Abbiamo intervistato Leymah Gbowee, premio Nobel per la pace del 2011, che è stata ospite d’onore alla Conferenza Internazionale Science for Peace, tenutasi lo scorso 17 novembre presso l’Università Bocconi di Milano. 

La pedagogia del dubbio di Joan Fontcuberta

13 novembre 2017

Quest'anno l'Art for Peace Award - il premio artistico assegnato nell'ambito della Conferenza Internazionale Science for Peace - sarà consegnato all'artista catalano Joan Fontcuberta, maestro nella manipazione delle immagini, che utilizza in modo mirabile per mostrare il sottile confine fra realtà e finzione. Con lui abbiamo parlato di post-verità, fake news e di come promuovere una "pedagogia del dubbio".