#S4P2017

POST-VERITA'

17 NOVEMBRE 2017 UNIVERSITÀ BOCCONI MILANO

Rimani
informato

X

Carlo Alberto Redi: ecco come possiamo difenderci dalle “verità alternative” sul web

08 agosto 2017

di Roberto Cortinovis

I rischi della disinformazione sulle questioni scientifiche, in particolare quelle legate alla salute, sono stati al centro del dibattito negli ultimi mesi. Abbiamo provato a fare chiarezza intervistando Carlo Alberto Redi, professore di zoologia presso l'Università di Pavia e Accademico dei Lincei, che prenderà parte alla prossima edizione della Conferenza Science for Peace


Prof. Redi, il dibattito sulla post-verità cattura uno degli aspetti più problematici dell’attuale contesto storico: una messa in discussione del ruolo del sapere scientifico all’interno del dibattito pubblico. Negli Stati Uniti, il presidente Trump ha adottato una posizione negazionista nei confronti del global warming, spingendosi ad accusare la comunità scientifica di essere in malafede e di diffondere allarmismi infondati. Sui media, vecchi e nuovi, imperversano teorie pseudo scientifiche, spesso equiparate alla voce della scienza ufficiale. Siamo davvero entrati in un’era post-fattuale?


E’ una constatazione e un dato di fatto che ci troviamo di fronte a una rivoluzione incredibile che è quella della rete. La rete contiene una massa sterminata di conoscenza di ogni tipo e sorta. Come approfittare in modo positivo di questa rivoluzione è il problema. Ora noi ci troviamo nella situazione in cui il segno algebrico di questa potenza meravigliosa rischia di trasformarsi da positivo in negativo. È il classico caso di una tecnologia a doppio uso: con il fuoco puoi fare cose meravigliose come puoi provocare devastazione, con la rete altrettanto. Come difendersi? Nella rete come nell’alchimia, una bugia, una falsità diventa una fatto o una verità alternativa: il problema quindi diventa come difendersi dall’uso improprio di questo potente mezzo.

La medicina è il metodo scientifico. Non è un metodo democratico, nel senso che si alza la mano e si vota ma è intrinsecamente democratico nel senso che ciascuno può prendervi parte, ovviamente seguendo delle regole e dei principi condivisi. Per affrontare la disinformazione occorre avere il buonsenso di rivolgersi alle accademie, ai centri di ricerca, agli scienziati: Google non ti dice cosa è bene e cosa e male, quindi dobbiamo dotarci di strumenti che ci consentano di discernere le fonti affidabili da quelli che non lo sono. Prendiamo il caso dei vaccini: ci sono falsi miti, come la relazione fra vaccini e autismo, che la potenza della rete enfatizza. Ci sono siti come quello dell’Istituto superiore sanità che danno dati attendibili, da cui emerge come la vaccinazione sia fondamentale per difenderci da numerose malattie.

Spesso l’opposizione ai vaccini è motivata dal fatto che sarebbe una fonte di guadagno per Big Pharma: ma questo argomento è mal posto. Se c’è corruzione o mala gestione vanno condannate ma ciò non pregiudica l’efficacia, scientificamente testata, dei vaccini. Le terapie a base di cellule staminali sono un altro caso: vado in rete e scopro che con esse posso curare qualsiasi malattia. Se sono in una situazione di fragilità emotiva determinata dalla malattia, devo essere aiutato a non cadere in questi inganni. Solo in questo modo è possibile orientarsi in un mondo post-fattuale.  
 

Un’accusa che viene di frequente mossa agli scienziati è quella di essere troppo distanti dal pubblico, di usare un gergo specialistico che preclude la comprensione ai non addetti ai lavori. Lei cosa ne pensa? Quali strategie di divulgazione potrebbero essere attuate per avvicinare il pubblico alla scienza senza rinunciare al rigore del metodo scientifico?

La divulgazione dovrebbe essere considerata un compito per tutti gli scienziati, mentre oggi è considerata alla stregua di un’attività di volontariato. Ci sono tuttavia molti casi positivi. Faccio l’esempio dei colleghi svizzeri: quando anche in quel paese è emerso il discorso falso che equipara la sperimentazione animale alla vivisezione, gli scienziati si sono mobilitati, scendendo nelle strade per spiegare come funziona la sperimentazione animale e perché è indispensabile per l’attività scientifica. Gli scienziati hanno il dovere di spiegare il risultato del loro lavoro al pubblico: è un problema di democrazia cognitiva e cittadinanza scientifica. La democrazia oggi è cognitiva: dare la possibilità al più ampio numero di persone di deliberare su questioni che riguardano l’ambiente e la salute pubblica.
 

Oltre al problema della corretta comunicazione riguardo alle questioni all’ordine del giorno, dai vaccini agli OGM, c’è anche il problema della quasi totale assenza di dibattito sui media di alcuni importanti temi legati alla salute, che meriterebbero più attenzione per la loro rilevanza. Quali sono a suo avviso le questioni che dovrebbero essere maggiormente discusse nel dibattito pubblico sulla salute?


A mio avviso è il tema della diseguaglianza. Questo è un tema di cui non si parla ma che si riverbera su tutti gli aspetti di salute e benessere, da quegli psicologici a quelli fisici. Spesso non ci rendiamo conto di quanti italiani rinunciano a curarsi perché non ne hanno la possibilità. Questa ingiustizia che si è venuta a creare nell’ambito della salute è la madre di numerosi problemi, e anche di alcune forme di populismo che oggi riscuotono successo. La parola chiave è il sociale che si fa biologico, e riguarda non solo la medicina ma tutti i saperi: l’economia la sociologia, la chimica, l’architettura. Questa non è una questione eterea, le ineguaglianze si incarnano letteralmente negli individui.


In un volume del 2013 da lei curato “La scienza negata e il ruolo dei mass media”, erano riportati dati non certo lusinghieri riguardo alla ricerca scientifica in Italia e, più in generale, alla preparazione scientifica prodotta dal sistema educativo italiano. Ritiene che questo divario sia stato in parte colmato negli ultimi anni? Qual è lo stato della ricerca scientifica nel nostro paese?

Purtroppo quel divario non è stato colmato. Lo stato della ricerca in Italia è nel complesso buono solo perché c’è un mondo immenso di giovani precari che tiene in piedi le strutture universitarie, il CNR, gli ospedali IRCCS, a cui il sistema restituisce pochissimo in cambio. Il divario con gli altri paesi in termini di atteggiamento culturale è rimasto lo stesso, non c’è attenzione al problema cruciale della ricerca da parte dei decisori politici. Le nostre società oggi sono società della conoscenza, investire in ricerca, lo dicono ormai innumerovoli studi, da un ritorno sul capitale molto elevato. La Germania dopo l’unificazione era il malato d’Europa. Nel giro di 10 anni è tornata ad esserne la locomotiva: questo grazie anche agli importanti investimenti in ricerca messi in campo da quel Paese. L’Italia, mi si perdoni il paradosso, non investe in ricerca dai tempi di Quintino Sella che, all'indomani dell’unificazione d’Italia, aveva dichiarato il proposito di fare di Roma la città della scienza. Da allora è iniziato il nostro declino!


Per consultare il programma della conferenza clicca qui 

Condividi su

Ultimi post

Da Kyoto a Parigi: a che punto è l’agenda internazionale sul clima?

11 ottobre 2017

Nei precedenti articoli, abbiamo spiegato che cos'è il cambiamento climatico e quali sono le principali cause e conseguenze di questo fenomeno. A questo punto è inevitabile addentrarsi in una descrizione (seppure sintetica) degli Accordi internazionali sul clima, ossia l’insieme delle norme e delle politiche adottate dagli stati per rispondere ai cambiamenti climatici.  

Scienza e rete: un rapporto difficile. Intervista a Lorenzo Montali

04 ottobre 2017

 
Nell’epoca della disintermediazione digitale, la rete e i social network sfidano i media tradizionali e mettono in discussione l’autorità del sapere scientifico nel dibattito pubblico. Ne abbiamo parlato con Lorenzo Montali, Vicepresidente Cicap e Ricercatore presso la Facoltà di psicologia dell’Università Bicocca di Milano. 

Come affrontare i cambiamenti climatici. Intervista a Valentina Bosetti

27 settembre 2017

Per affrontare i cambiamenti climatici sono necessarie scelte politiche coraggiose, innovazioni tecnologiche e comportamenti individuali sostenibili. Abbiamo intervistato Valentina Bosetti, professoressa di Economia Ambientale all'Università Bocconi di Milano e Lead Author del Quinto Rapporto IPCC (2014).