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L’eredità del G7 a Taormina: isolazionismo americano e conseguenze per la cooperazione internazionale

30 maggio 2017

di Roberto Cortinovis

In un post apparso su questo blog lo scorso 24 marzo erano state espresse preoccupazioni riguardo alla svolta della nuova amministrazione americana in merito alle politiche di accoglienza dei rifugiati. Come spiegato in quell’occasione, le posizioni fortemente anti-immigrazione che avevano dominato la corsa di Donald Trump alla Casa bianca, lungi dal dileguarsi con il termine della campagna elettorale, si erano tradotte nell’adozione di una serie di provvedimenti che prevedevano, oltre al controverso stop all’ingresso per i cittadini di sette paesi considerati a rischio terrorismo (il cosiddetto "Muslim ban"), anche una riduzione della metà del numero rifugiati accolti ogni anno dagli Stati Uniti. Tali decisioni marcavano un segno di discontinuità netto rispetto alla linea politica perseguita dalla Presidenza Obama.
 
Ebbene, le cronache del G7 recentemente conclusosi a Taormina sembrano rafforzare ulteriormente la percezione di un’America sempre più intransigente sulle questioni migratorie. Secondo quanto riportato in un articolo apparso su The Guardian, nei mesi precedenti al summit la Presidenza italiana del G7 si era adoperata nell’elaborazione di documento finale che sottolineasse la necessità di mettere in atto un approccio “olistico” alla mobilità umana, affrontando con una pluralità di strumenti le complesse cause di ordine economico e sociale che stanno alla base delle migrazioni, in particolare nel continente africano. Obiettivo prioritario della Presidenza italiana era quello di ottenere un rinnovato impegno da parte della comunità internazionale nella gestione di una sfida, quella delle migrazioni, che oggi vede l’Italia sotto forte pressione.  
 
Sempre secondo il Guardian, la proposta italiana si sarebbe tuttavia scontrata contro il veto della delegazione americana. Nello specifico, i negoziatori americani avrebbero imposto alla controparte una versione del testo fortemente rimaneggiata, stralciando le parti più ambiziose in esso contenute. L’impronta americana avrebbe lasciato inoltre un chiaro segno nella formulazione finale del Comunicato del G7, laddove si ribadisce: "il diritto sovrano degli stati, individualmente e collettivamente, di controllare i propri confini e di adottare politiche al fine di promuovere il loro interesse personale e la sicurezza nazionale”.
 
Come sottolineato da più parti, le crepe nell’alleanza fra gli Stati Uniti e gli altri leader occidentali emerse nel corso del summit si estendono ben oltre le questioni migratorie. Dai cambiamenti climatici al commercio internazionale, l’agenda protezionista perseguita dall’amministrazione Trump sembra aver scavato un solco profondo con le posizioni degli altri leader mondiali, convinti che il multilateralismo continui ad essere l’unico modello valido per raggiungere scelte condivise ed efficaci a livello internazionale.  
 
Le posizioni assunte da Trump non devono d’altra parte stupire: l’intera campagna elettorale che ne aveva decretato il successo era stata incentrata sull’uso di un linguaggio rabbioso, che aveva dipinto un’America schiacciata economicamente a causa delle scorrettezze dei suoi principali competitors e incapace di reagire a tale situazione proprio a causa delle pastoie imposte da accordi e istituzioni internazionali.
 
Nonostante le politiche dell’amministrazione americana sui principali temi al centro del dibattito siano ancora in larga parte da definire, sembra ormai chiara la volontà di quest’ultima di trasformare i punti centrali della propria “filosofia”, protezionismo e unilateralismo, in una serie di scelte politiche dirimenti in ambiti quali le migrazioni e i cambiamenti climatici. E ciò a costo di rompere in modo drastico alleanze di vecchia data e di indebolire quel sistema di norme e istituzioni internazionali che proprio gli Stati Uniti avevano contribuito a creare e sostenere dal secondo dopoguerra in avanti.
 

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