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Come affrontare i cambiamenti climatici. Intervista a Valentina Bosetti

27 settembre 2017

di Roberto Cortinovis

Prof.ssa Bosetti, il fenomeno del climate change è ancora considerato come “controverso” in alcuni dibattiti politici e sui media. In realtà, la comunità scientifica è oggi pressoché unanime nel riconoscere la realtà e l'estrema rilevanza di questo fenomeno. Quali sono le principali evidenze oggi disponibili e perché è indispensabile agire?

Uno dei modi per accertare i cambiamenti climatici provocati dall’uomo è attraverso l’uso di modelli matematici che descrivono il sistema clima, in cui le emissioni di gas serra figurano come input e la temperatura attesa come output. Il risultato che si ottiene se si forzano in entrata soltanto le emissioni naturali , cioè quelle non derivanti dalla combustione di combustibili fossili, è che la temperatura calcolata è inferiore a quella che è effettivamente misurata nella realtà. Il primo e incontrovertibile segno di un effetto umano o antropico sul clima sta quindi nei livelli di temperatura misurata, i quali non sarebbero in media così elevati senza considerare l’impatto delle emissioni da combustibili fossili prodotte a partire dalla rivoluzione industriale.

Vi sono inoltre altri segni incontrovertibili del cambiamento climatico, che possono essere considerate come le dirette conseguenze dell’aumento delle temperature citato in precedenza. In primo luogo, il progressivo scioglimento dei ghiacci, un’evidenza accertabile osservando le immagini di numerosi ghiacciai scattate anche nel giro di pochi decenni. Un secondo fenomeno è costituito della riduzione delle barriere coralline. I dati a disposizione mostrano come la barriera corallina abbia subito delle gravissime perdite, in alcune aree fino al 50 per cento della superficie complessiva. Infine, un ultimo segnale da tenere in considerazione è il mutamento delle precipitazioni, in particolare l’aumento di alcune precipitazioni estreme direttamente connesse al riscaldamento degli oceani.

Si può quindi concludere che sia l’uso dei modelli matematici sia numerose evidenze empiriche mostrano in modo netto come il clima si stia modificando. È importante tuttavia ricordare che gli effetti del cambiamento climatico, seppur importanti, non riguardano solo l’ambiente ma anche l’attività economica dell’uomo: la pesca e il settore agricolo, ad esempio, sono due ambiti che subiscono forti ripercussioni quando la temperatura sale sopra un determinato livello soglia.
 

L'accordo di Parigi, concluso nel 2015 rappresenta la risposta della comunità internazionale al problema del cambiamento climatico. Quali sono i pilastri su cui l’accordo si basa e in che modo esso intende ridurre l'innalzamento della temperatura mondiale?

L’accordo di Parigi è un accordo costruito dal basso. Prima dell’accordo ogni paese aveva già determinato il proprio contributo nazionale di riduzione delle emissioni di gas serra, da ottenere attraverso azioni nel settore energetico ma anche limitando la deforestazione. I contributi degli Stati, che non sono vincolanti, non sono quindi l’esito di una negoziazione ma piuttosto il suo punto di partenza. Al tempo stesso, l’Accordo stabilisce che ogni 5 anni debba essere attuato un esercizio di global stocktacking: in altri termini, i paesi che fanno parte dell’accordo si riuniscono per valutare ciò che è stato fatto e per stabilire gli obiettivi da realizzare nei cinque anni successivi.

L’Accordo stabilisce inoltre un target culminante per la fine del secolo: tutte le azioni intraprese dovranno portare a un aumento della temperatura media globale ben sotto i due gradi centigradi. È bene sottolineare la dicitura “ben sotto”, in quanto questo traguardo è particolarmente importante per i paesi più vulnerabili al cambiamento climatico, come le piccole isole e quei paesi che si basano sull’agricoltura.
 

Da molti osservatori l’accordo di Parigi è considerato come un “bicchiere mezzo vuoto”. Quali sono le principali incognite dell’accordo e quali circostanze potrebbero pregiudicarne l'attuazione?

Alcuni analisti ritengono che sarebbe stato meglio stipulare un accordo globale “vincolante”, che stabilisse i tagli complessivi alle emissioni da attuare per raggiungere la riduzione della temperatura prefissata e indicasse poi a ciascun paese la quota di emissioni che avrebbe dovuto tagliare. Il problema, tuttavia, è che siamo ben lungi dall’avere un governo globale sul clima, cioè un insieme di norme, politiche e istituzioni in grado di produrre un accordo di questo tipo. Di conseguenza l’approccio “dal basso” deciso a Parigi, per cui ogni paese stabilisce autonomamente i propri obiettivi impegnandosi ad aggiornarli regolarmente, si è dimostrato l’unico fattibile.

Questo tipo di accordo “dal basso” potrebbe ovviamente anche produrre delle conseguenze indesiderate. Il fatto che gli obiettivi nazionali non siano vincolanti potrebbe determinare casi di free riding, ossia una situazione in cui alcuni paesi non si assumono la propria parte di responsabilità nella riduzione delle emissioni, beneficiando comunque degli sforzi compiuti in questo ambito dagli altri paesi. Inoltre, come mostrato dal caso degli Stati Uniti, vi è sempre il rischio che uno stato possa tirarsi indietro per ragioni politiche o di altro tipo. I meccanismi di monitoraggio inclusi nell’Accordo sono volti proprio ad evitare casi come questi, garantendo che l’opinione pubblica e le organizzazioni a tutela dell’ambiente esercitino pressioni sui rispettivi governi affinché rispettino gli impegni presi.

Una ragione per essere ottimisti sull’efficacia dell’Accordo è che le iniziative decise dagli stati per darvi attuazione, promuovendo ad esempio le energie rinnovabili, l’elettrificazione del trasporto, l’energia nucleare, possano una volta avviate innescare un processo non lineare di riduzione dei costi di tali tecnologie, che potrebbe portare a riduzioni delle emissioni molto più velocemente rispetto a quanto previsto sulla base dei contributi nazionali stabiliti a Parigi. Un esempio: la produzione di pannelli solari su larga scala iniziata in Cina per soddisfare la domanda del mercato tedesco ha determinato una riduzione del costo dei pannelli molto più significativa di quanto era stato previsto. Ciò dimostra che in futuro potrebbe essere conveniente adottare tecnologie “pulite” per una logica semplicemente economica, a prescindere dagli impegni per il contenimento della temperatura.
 

L'impegno per la riduzione dei gas serra emessi nell'atmosfera, su cui si basa la possibilità di tenere le temperature sotto controllo, impone agli stati di riformare in profondità le loro politiche energetiche e, più in generale, di ripensare l’attuale sistema economico nel suo complesso. Quali sono le priorità su cui occorre agire?

Una prima priorità riguarda il modo in cui produciamo elettricità: occorre ridurre il più possibile l’uso di combustibili fossili a favore di fonti alternative, quali idroelettrico, eolico e solare.

Una seconda priorità riguarda il trasporto su strada: l’obiettivo deve essere quello di renderlo più pulito di quanto lo è oggi, ad esempio attraverso l’uso di motori ibridi o, in modo più radicale, attraverso il passaggio all’elettrificazione del trasporto; infine si potrebbe esplorare l’uso di biocombustibili (derivanti da grano, mais, bietola, canna da zucchero), anche se questa tecnologia può creare competizione con la produzione di cibo ed è quindi allo stato attuale ancora problematica.

Un altro ambito da esplorare riguarda l’evoluzione delle tecnologie per l’immagazzinamento dell’energia (o stoccaggio di energia), ossia una serie di tecniche e processi che permettono di conservare differenti forme di energia per essere utilizzate successivamente. Queste tecnologie consentono ad esempio di utilizzare energia solare in eccesso per alimentare sistemi di produzione idroelettrica. Un ulteriore sistema di accumulo di energia elettrica prodotta dalle rinnovabili si basa sull’utilizzo di sistemi ad aria compressa.  Si tratta di impiegare l’energia elettrica prodotta in eccesso dagli impianti eolici e fotovoltaici  per comprimere dell’aria che viene quindi stoccata in una caverna sotterranea. Quando la richiesta elettrica aumenta, l’aria è rilasciata attraverso una turbina a gas che genera elettricità. Infine, un’ulteriore modo di ridurre il consumo di energia è quello di creare “reti intelligenti”, in grado di utilizzare non solo l’energia prodotta dalle centrali elettriche ma anche quella prodotta dai singoli utenti (ad esempio attraverso i pannelli solari installati sulle abitazioni) e di erogarla in modo affidabilite ed efficiente.

L’ultima priorità riguarda le risposte individuali ai cambiamenti climatici. Alcune ricerche hanno dimostrato che mentre negli stati Uniti gli sprechi di energia da parte dei singoli sono ancora molto diffusi, in Europa le persone tendono ad utilizzare in modo più efficiente l’energia, anche per via dei costi maggiori. Progressi in questo ambito possono essere fatti introducendo sistemi di domotica intelligente in grado di controllare e rendere più efficiente l’uso di energia nelle abitazioni.

Infine, in quanto singoli individui, noi possiamo ridurre il nostro carbon footprint, ossia il livello di emissioni di cui siamo direttamente responsabili, ad esempio riducendo i nostri voli aerei o sostituendo la bicicletta alla macchina nei nostri spostamenti in città. Un ultimo aspetto, spesso trascurato, riguarda le nostre scelte alimentari, in particolare riguardo al consumo di carne rossa. Gli allevamenti di bestiame hanno infatti un impatto enorme sulle emissioni di gas serra: una ricerca ha mostrato che se essi fossero equiparati ad una nazione, sarebbero il terzo emettitore a livello globale dopo Stati Uniti e Cina. 

Per consultare il programma di Science for Peace 2017 clicca qui 

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