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POST-VERITA'

17 NOVEMBRE 2017 UNIVERSITÀ BOCCONI MILANO

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Alberto Martinelli: post-verità e populismo indeboliscono la democrazia. Gli scienziati devono far sentire con più forza la loro voce nel dibattito pubblico

11 agosto 2017

Prof. Martinelli, gli ultimi anni sono stati caratterizzati da un accesso dibattito sul fenomeno del populismo, che ha riguardato anche l’appropriatezza dell’uso di questo termine. Non tutti sanno però che il populismo è anche divenuto un concetto ampiamente discusso in ambito accademico. Quale è a suo avviso la definizione di populismo più adeguata e come può essa aiutarci a comprendere la realtà politica attuale?

Non vi è dubbio che il termine populismo sia spesso usato a sproposito e come arma all’interno del confronto politico. Tuttavia, non è questa la ragione per escludere questa parola dal lessico della politica, seppure sia necessario darne una definizione rigorosa. In modo sintetico il populismo può essere definito sia come un’ideologia sia come una strategia di conquista e gestione del potere politico che si basa su una fondamentale contrapposizione fra il popolo, considerato come intrinsecamente buono, e le élites, concepite invece come incapaci e corrotte.

In secondo luogo, il populismo, nelle sue differenti formulazioni, si contraddistingue per il rifiuto del pluralismo sociale e politico che caratterizza le società contemporanee e, più in generale, per la negazione di una visione della politica come campo dell’intermediazione, ossia della ricerca di ragionevoli compromessi fra interessi divergenti.

Infine, aspetto importante, occorre riconoscere come il populismo non sia di per sé anti-democratico –  i populisti rivendicano di essere gli interpreti autentici della democrazia –  bensì anti-liberale, nel senso che non attribuisce il giusto valore alle garanzie costituzionali, al sistema di pesi e contrappesi che sono tipici della democrazia liberale. Come vede, è possibile fornire una definizione abbastanza precisa di populismo, che può aiutarci ad illuminare alcuni aspetti centrali del linguaggio politico contemporaneo. 
 
In diversi suoi contributi ha utilizzato il concetto di nazional-populismo, per indicare una forma di discorso politico che combina elementi della retorica populista a quelli dell’ideologia nazionalista. Quali sono le principali caratteristiche del nazional-populismo contemporaneo e cosa lo distingue ad esempio dal nazionalismo novecentesco?

Sono arrivato ad occuparmi di populismo attraverso i miei studi sul riemergere del nazionalismo in Europa e non solo, un fenomeno che si presenta tuttavia con caratteristiche diverse rispetto al passato. Perché nazional populismo? Perché molti partiti, al governo o opposizione, in vari paesi esprimono spesso un’ideologia che coniuga nazionalismo e populismo. Il nazionalismo è l’ideologia della sovranità nazionale, che deve prevalere su tutto e tutti, un’ideologia consolidata e che in momenti cruciali della storia contemporanea ha mostrato di essere così forte da riuscire a sconfiggere diverse ideologie internazionalistiche, come il marxismo, il socialismo o anche l’ecumenismo cattolico. Il populismo, al contrario è un’ideologia molto meno strutturata, che possiede una sorta di “nucleo sottile”, si basa cioè, come detto in precedenza, su una serie di idee semplici, ma non per questo meno forti. Quando si coniugano questi due elementi, nazionalismo e populismo, la capacità di organizzazione del consenso diventa particolarmente elevata, come mostrato dal caso di alcuni recenti eventi, dall’elezione di Trump al Brexit.
 
In suo recente contributo (ISPI Report, Beyond Trump) ha definito il populismo un sintomo e non la causa della crisi della democrazia liberale. Quali sono i fattori sottostanti che stanno indebolendo la democrazia e ne stanno mettendo a rischio la legittimità?

Il populismo è un sintomo, può essere considerato come la febbre, non la causa della crisi attuale. Le cause profonde vanno ricercate in una serie di eventi di ampia portata, dalla prolungata stagnazione economica, con tutto il seguito di incertezza che ha determinato, alla pressione migratoria, alla minaccia terroristica. È inoltre importante precisare che oggi ci troviamo di fronte a una crisi “nella” democrazia rappresentativa piuttosto che “della” democrazia in quanto tale. Oggi infatti non c’è il pericolo di una degenerazione autoritaria come negli anni 30 del XX° secolo, ma c’è nondimeno una profonda crisi delle istituzioni democratiche, testimoniata da elementi quali la declinante partecipazione alla vita politica, la scarsa fiducia nelle istituzioni e nei partiti, che possono sfociare anche in forme di disprezzo verso la politica. Queste tendenze di lunga data, che affondano le radici nella crisi delle ideologie e delle grandi narrazioni del ‘900, interagiscono oggi con i fenomeni di ordine economico, politico e sociale ricordati in precedenza, acuendo il malessere sociale e la sfiducia dei cittadini.

Si deve inoltre aggiungere che uno dei principali rischi di questa fase storica è che si smarrisca una piena comprensione della democrazia come insieme di regole, di garanzie costituzionali, in nome della democrazia del web, che è una pseudo-democrazia diretta. Quest’ultima non è infatti in grado, almeno allo stato attuale, di dare vita a vero dibattito e una vera maturazione di un processo di decisione, ma al massimo scambiare qualche opinione e premere un sì o un no sulla base di qualche proposta formulata genericamente. In nome di questa democrazia pseudo diretta c’è il rischio di smarrire l’importanza della democrazia come forma, come sistema di regole, di istituzioni, di pesi e contrappesi.

L’unione europea è oggi al centro di un acceso dibattito. Numerosi partiti, in particolare quelli del fronte nazional-populista, auspicano un ritorno alla centralità dello stato nazionale e la messa da parte (o il forte ridimensionamento) del progetto politico europeo. Che cosa ha fatto per noi l’unione europea e perché anche oggi la prospettiva dell’ integrazione europea è da considerarsi la strada migliore per difendere le democrazie europee?

Che ci siano chiari difetti nel processo di integrazione europea è evidente. Che il riconoscimento di questi difetti debba portare a ritenere che rinchiudersi nei confini nazionali possa migliorare la situazione, sia nel senso di aumentare la legittimità dell’azione di governo sia nel senso di aumentarne l’efficacia, è palesemente falso. Non è infatti vero che paesi che esercitano una sovranità nazionale più piena di quella degli stati europei siano governati meglio o più efficacemente.

A ciò si aggiunga che è ingeneroso oltre che storicamente errato non riconoscere gli importanti risultati conseguiti dal processo di integrazione europea, che possono sembrare degli slogan, ma corrispondono al vero: il più lungo periodo di pace che abbiano mai conosciuto i paesi europei, il sostanziale miglioramento delle condizioni economiche della popolazione, una progressiva tutela dei diritti umani e delle libertà fondamentali dei cittadini. Questi risultati di capitale importanza vengono spesso trascurati e ci si sofferma solo sui difetti dell’Unione europea, che ci sono, ma che vanno corretti senza abbandonare un progetto che, punto centrale, è l‘unica strada per permettere agli stati europei di contribuire in qualche modo a governare processi globali e transnazionali, dall’economia, alle migrazioni, che altrimenti potrebbero solo subire.   

Il New York Times in un recente articolo ha compilato una lista con tutte le affermazioni false pronunciate dal Presidente Trump, sottolineando come “egli stia creando un’atmosfera in cui la realtà diventa irrilevante”. Oltre al ruolo dei singoli esponenti politici, tuttavia, numerosi analisti hanno rilevato come sia lo stesso sistema dei media a favorire la cosiddetta politica della post-verità. Che ruolo giocano a suo avviso le trasformazioni nell’universo dei media, e in particolare l’avvento dei media digitali, nel creare una situazione in cui i fatti e l accertamento degli stessi sono sempre meno rilevanti?

I vecchi e i nuovi media sono una delle cause dell’attuale crisi della democrazia. I vecchi media  hanno favorito una personalizzazione eccessiva della politica, fondata su un rapporto diretto fra leader e pubblico, senza mediazioni. Ma un ruolo ancora più rilevante hanno avuto i nuovi media, sui quali assistiamo oggi alla produzione di “verità” alternative, senza che ci sia da parte di molti la capacità di discriminare ciò che è fondato scientificamente, cioè che ha avuto delle verifiche empiriche, da ciò che è semplicemente l’espressione di una posizione più o meno umorale su un tema piuttosto che un altro. Qui c’è una responsabilità diretta degli scienziati, degli insegnanti, di coloro che operano nel sistema dell’informazione, e poi ovviamente dei leader politici che devono avere la responsabilità di non presentare visioni della realtà che siano palesemente contraddette dai fatti.

In questo Science for Peace ha un ruolo importante: mettere cioè in campo una voce autorevole per spiegare come la ricerca scientifica possa aiutare a trovare soluzioni ai problemi più importanti del nostro tempo e ricostruire l’autorevolezza degli scienziati. Se uno scienziato che ha lavorato decenni per spiegare un fenomeno viene messo sullo stesso piano di un ciarlatano che si mette ad inventare una sua interpretazione della realtà vengono meno le basi su cui costruire delle risposte condivise alle sfide del nostro tempo. Gli scienziati devono quindi riprendere un ruolo primario nel dibattito pubblico, senza arroganza e senza voler pretendere di essere gli unici depositari della verità, ma rivendicando il diritto di parola per coloro che dedicano la loro vita a studiare i principali problemi della società.

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